vivere della propria musica blog mesh hubUna risposta alla domanda “Sei pazzo se lasci un posto fisso per fare il musicista?” che non confermi la credenza comune della musica = hobby deve necessariamente considerare come è cambiato il mercato musicale. Abbiamo già parlato del fatto che la musica non sempre paga (non hai letto l’articolo?? Fallo qui!!) e che c’è una fascia intermedia di musicisti che non riesce a vivere della propria musica perché, in poche parole, i dischi non si vendono più.

Questo ovviamente non vuol dire che la scelta di fare il musicista come professione non è più giusta ma che deve cadere il mito che basta produrre un disco per scalare le classifiche e diventare ricchi, per quanto sia qualitativamente ed artisticamente valido.

Il valore culturale della musica non sta scomparendo ma, senza dubbio, il suo valore commerciale sta diminuendo. La musica è in ogni dove, dal supermercato allo spot pubblicitario, ed è sempre più accessibile grazie agli strumenti tecnologici a nostra disposizione. Ma è proprio questa enorme diffusione che rende sempre più difficile commercializzare e quindi guadagnare con la sua riproduzione su supporto fisico, soprattutto se stiamo parlando di artisti emergenti.

Allora, come è cambiato il mercato musicale?

Innanzitutto, se il valore della musica resta un punto fermo, cambiano i suoi flussi finanziari. Una ricerca partita nel 2010 a Seattle della Commissione Musica e Film dimostra come, analizzando i flussi di entrate per i musicisti, sia diminuita la vendita di dischi nel corso del tempo. Pur differenziando per generi musicali, essa è ovunque surclassata dagli incassi sui live e dalla vendita del merchandising.

Sicuramente cambiano i canali attraverso cui arriva al pubblico. Il tempo dell’informazione diffusa ha modificato anche l’industria musicale e sappiamo bene come ogni musicista è chiamato a curare la propria promozione autonomamente. È così che si instaurano nuove tipologie di relazioni con i propri fan: non più unidirezionali veicolate dalle classiche etichette discografiche, bensì reciproche e biunivoche, in cui il successo dell’artista è dettato anche dalla comunicazione partecipata che riesce ad instaurare (l’enorme successo del profilo Facebook di Gianni Morandi per il tempo dedicato da lui stesso a rispondere a tutti i commenti ne è l’esempio).

Si trasforma la percezione dei prodotti per cui un fan è disposto a pagare. Proprio per il rapporto diretto che si instaura con l’artista, si preferisce investire in un simbolo che garantisca unicità a quella relazione ed il possesso del disco non soddisfa più questa esigenza. Il collegamento diretto avviene, invece, con il merchandising. Tesi avvalorata dal successo delle nuove piattaforme di crowfunding nel settore musicale, in cui gli artisti offrono premi e riconoscimenti unici e irripetibili per i fans più accaniti, che sono sempre alla ricerca di esperienze nuove (inutile sottolineare che il nostro Paese è ancora indietro rispetto al mercato internazionale ma sta cercando di adeguarsi!).

Tuttavia, nonostante l’evidenza vada tutta in questa direzione (numerosi gli articoli in rete su come guadagnare tramite il famoso banchetto ai concerti), il merchandising è ancora qualcosa di sottovalutato, soprattutto dagli artisti emergenti. È l’ambito in cui quest’ultimi devono cambiare per completare il proprio progetto e vivere di questo: diversificare l’offerta e offrire un prodotto capace di assicurare un’esperienza da ricordare. Il merchandising garantisce l’unicità dell’immagine dell’artista, veicolando il brand (e il valore che dietro si porta) e rafforzando la sua identità e riconoscibilità fra il pubblico. Oltre a rimpinguare le vostre casse, quindi, è lo strumento attraverso cui incentivare e consolidare la promozione e la fidelizzazione: se quell’oggetto mi ricorda una piacevole serata ed un bel concerto sarò più motivato a parlar bene dell’artista e a tornare ad un suo live innescando un circolo virtuoso tutto a vostro vantaggio.

Anche in questo ambito, però, attenzione ai messaggi che comunicate. Nessuno riacquisterà mai una maglietta che dopo due lavaggi in lavatrice non ha più il logo, perciò puntate alla qualità dei prodotti che vendete. E siate creativi anche nella scelta dei gadget, distinguetevi e investite per essere ricordati.

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